Girolamini, convocato Dell’Utri: il senatore non risponde ai magistrati

Si è presentato nei giorni scorsi alla Procura di Napoli, dopo essere stato convocato ai pm che indagano sulla sparizione di oltre duemila volumi dalla biblioteca dei Girolamini: il senatore Marcello Dell’Utri, accompagnato dai propri legali, si è avvalso delle facoltà di non rispondere davanti alle domande degli inquirenti.

Il nome di Dell’Utri era già comparso nell’ambito dell’inchiesta e lo scorso 24 maggio fu notificato un ordine di perquisizione alla sua collaboratrice Maria Grazia Cerone; negli stessi giorni sul tavolo dei pubblici ministeri della Procura di Napoli arrivarono alcuni atti inviati dai colleghi di Firenze che riguardano un’inchiesta che vede indagato lo stesso senatore e Massimo Marino De Caro, ex direttore della biblioteca di Girolamini per corruzione. Secondo l’accusa Dell’Utri avrebbe favorito, in collaborazione con De Caro, gli interessi di Viktor Vekselberg e Igor Akhmerov, imprenditori russi impegnati nel settore delle risorse energetiche.

Tornando all’inchiesta di Napoli, Dell’Utri molto probabilmente è stato convocato dagli inquirenti per approfondire i suoi rapporti con De Caro: l’ex direttore della biblioteca, autosospesosi il 19 aprile 2012, è stato arrestato lo scorso 24 maggio ed è ritenuto dagli inquirenti il personaggio centrale di un’associazione per delinquere che ha sottratto oltre 2200 volumi.

Il legame tra Dell’Utri e De Caro è presente anche in altri atti del Procura di Napoli: secondo il Gip del tribunale partenopeo il nome del senatore sarebbe coinvolto in un “atto di depistaggio” in riferimento a una mancata perquisizione. Nel corso dell’indagine, infatti, la Procura ha preferito non procedere alla perquisizione di un appartamento di via Crispi a Roma, le cui utenze telefoniche risultavano intestate a De Caro, perché lo stesso ex direttore della biblioteca e Maria Grazia Cerone riferirono che quella casa era utilizzata come segreteria politica da Dell’Utri: per il gip però, anche sulla base del monitoraggio delle utenze telefoniche degli indagati, la realtà era completamente diversa e quella messa in atto era un’operazione di depistaggio.