Carcere Santa Maria Capua Vetere, Cartabia: “Violenza a freddo”

Violenze carcere Santa Maria Capua Vetere, le parole di condanna del ministro della Giustizia Cartabia alla Camera dei Deputati

Carcere Santa Maria Capua Vetere
Il ministro della Giustizia Marta Cartabia (screen YouTube)

“Stando alle indagini risulta che non fosse una reazione necessitata da una situazione di rivolta ma una violenza a freddo“. Così il ministro della Giustizia Marta Cartabia alla Camera dei Deputati durante un’informativa sui gravi fatti di violenza avvenuti ad aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Il ministro ha invocato “un’indagine ampia” dicendo che mai più devono esserci violenze in carcere parlando anche della situazione dove il sovraffollamento sta aumentando.

L’indagine ampia non deve riguardare solo il carcere casertano ma tutti i penitenziari dove la situazione si è esasperata nell’ultimo anno a causa della pandemia. Ha inoltre annunciato che una Commissione Ispettiva del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e ha aggiunto che episodi del genere che hanno portato ad “un uso così smisurato e insensato della forza” sono spie che qualcosa non va.

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Carcere Santa Maria Capua Vetere, la condanna del ministro

Cartabia e Draghi in visita nel carcere (foto Facebook deputato Chiara Gribaudo)

Nell’informativa di questa mattina alla Camera dei Deputata il Guardasigilli Cartabia ha condannato i gravi episodi emersi grazie ai video pubblicati in esclusiva dal quotidiano Domani. Ha detto che quella violenza recano una “ferita gravissima alla dignità della persona”.

La settimana scorsa Cartabia e il capo del governo Mario Draghi aveva fatto visita al penitenziario. Il premier aveva parlato di riforma del sistema perché se quelle immagini di violenza che hanno scosso tutti e sono responsabilità individuali, è collettiva quella del sistema che ha bisogno di essere riformato.

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Il governo non dimenticherà” aveva detto il capo del governo, ricordando che la Costituzione garantisce i diritti dei detenuti le cui pene non devono essere “contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, secondo l’articolo 27 della Carta Costituzionale.