Scuola abusiva a Piazza Dante, duro colpo per Napoli

Banchi, sedie, lavagne e quaderni, c’era proprio tutto. Una scuola abusiva per bambini dello Sri Lanka a Piazza Dante, nel cuore di Napoli. Un appartamento è stato allestito di tutto punto e gli insegnati – provenienti anch’essi dallo Sri Lanka – educavano in appena 200 metri quadri circa cento minori, in condizioni sanitarie pessime ed i servizi igienici non erano in numero sufficiente per rispondere alle esigenze di così tanti bambini. Infatti la struttura non aveva alcun tipo di autorizzazione, nè amministrativa, nè sanitaria ma neppure quelle basilari che attestano la sicurezza dei locali o la prevenzione in caso di incendi. Inoltre all’interno della scuola veniva preparato anche il pranzo, all’interno di una cucina non a norma.

I bambini iscritti nella scuola avevano età eterogenee, c’erano addirittura neonati fino a ragazzi di 15 anni. I genitori pagavano delle rette che oscillavano tra i 50 ed i 150 all’associazione che gestiva illecitamente la struttura. I gestori ed anche i genitori sono stati denunciati dalle autorità in quanto, i secondi, non avendo mai iscritto i propri figli alla scuola dell’obbligo, hanno violato l’art 731 del codice penale.

“Bene”, verrebbe da dire, ma in realtà è soltanto fumo gettato negli occhi ed una magra consolazione per chi crede nella pubblica istruzione come strumento per la formazione del cittadino. Questa denuncia non porterà alcun risultato tangibile dato che l’art. 731, consente al giudice di infliggere una contravvenzione di massimo 30 euro, rendendo assolutamente inefficace la pena.

Una scuola abusiva come questa è un duro colpo al processo di integrazione che l’Italia sta, con enorme fatica, portando avanti da anni. C’è bisogno di maggiore controllo e le famiglie hanno bisogno di essere seguite dalle istituzioni, che devono porsi l’obiettivo di rendere i figli degli stranieri, le “seconde generazioni”, cittadini italiani consapevoli. L’unico modo per farlo è la scuola pubblica, che consente ai bambini stranieri il confronto con quelli italiani.

Il diritto allo studio non è un gioco ed a causa di una scelta illogica di un genitore non può essere compromesso il futuro “italiano” dei figli.