Cara spazzatura

Non è l’intestazione di una lettera natalizia, bensì l’amara constatazione di quanto il sistema rifiuti campano sia oneroso e di come in fin dei conti gravi sulle spalle dei cittadini, sia in termini di Tarsu, sia in termini di fondi che potrebbero esser spesi diversamente e soprattutto perché, dato certamente più allarmate, si abbatta in maniera pesante sulla salute delle popolazioni che da anni soffrono le devastazioni ambientali provocate da discariche, siti di stoccaggio,  siti di trasferenza e termovalorizzatori. Una miriade di nomenclature, una moltitudine di impianti complessi, inquinanti per nulla a norma e che di fatto non hanno risolto il problema dello smaltimento dei rifiuti, anzi al contrario lo hanno reso ulteriormente più complicato.

Un sistema dei rifiuti carissimo che costa circa un miliardo e mezzo di euro all’anno e che continua a far crescere i debiti da parte degli enti locali nei confronti delle imprese che partecipano al grande business dei rifiuti. La Corte dei Conti non molto tempo fa ha esaminato la vicenda, comprese le casse della Sapna, colpevole di aver sottostimato la Tassa regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e non certo per incompetenza dei tecnici, ma per evitare di aumentarla e gravare ulteriormente sulle tasche dei cittadini. Una sottostima che dal 2009 ad oggi è costata ben ottantotto milioni di euro che non sono rientrati nelle casse dell’erario. Una situazione difficile da gestire e portare avanti, una sfida difficile per chiunque provi a mettere ordine nel sistema dovendo fronteggiare da un lato le enormi spese per la raccolta e il trattamento dei rifiuti e dall’altro continuare a garantire lo stipendio a tutti coloro che sono impiegati in ogni settore del comparto rifiuti.

Emblematico è il caso dell’Asia, partecipata del Comune di Napoli, che ogni anno investe in media 185 milioni di euro per la sola raccolta e spazzamento e ricevendone però meno di 160 da Palazzo San Giacomo. Un accumulo di debiti aggravato anche dai costi altissimi ai quali la società deve far fronte per trasferire sia la frazione indifferenziata che quella organica fuori regione, inclusi i trasferimenti in Olanda che paradossalmente costano meno dei viaggi nelle altre regioni d’Italia. Da tempo infatti Raffaele Del Giudice, presidente Asia succeduto a Raphael Rossi alla guida di una vera e propria patata bollente, manifesta pubblicamente la necessità di impianti funzionali al ciclo della differenziata sul territorio regionale che possano abbattere i costi di smaltimento, che al momento si aggirano in media sui 144 euro a tonnellata e che in totale ammontano a circa 600 milioni di euro all’anno.

Necessario e doveroso partire dalla base, ovvero dai cittadini affinché si possa realizzare concretamente una raccolta differenziata, che a Napoli  ed in buona parte della Provincia non sembra mai decollare realmente, in un batti e ribatti di colpe. Se da un lato infatti una parte della cittadinanza è ancora restia a recepire concetti come la differenziazione dei rifiuti, la riduzione a monte, il riciclo ed il riutilizzo della materia, dall’altra parte non si può non puntare il dito contro amministrazioni (soprattutto provinciali) che non spingono affinché questi concetti diventino i punti salienti delle loro agende di governo. Perché in sostanza i primi non volerla sono proprio loro, amministratori forse ancora troppo vincolati a dinamiche legate a vecchi metodi di gestione dei rifiuti, molti dei quali smascherati dalle numerose inchieste della magistratura, nei quali politica e malaffare spesso sono andati a braccetto ed in alcuni casi forse continuano ad interagire. Dal 1994 ad oggi nulla è cambiato, la politica dell’emergenza (che in teoria sarebbe conclusa) ha prodotto negli anni, solo sperpero di soldi, circa 13 miliardi, anche se la cifra è sottostimata e non fondata su documentazioni certe, come del resto è stato sottolineato più volte dalla Corte dei Conti.

La radice del problema comunque resta sempre lì, in un piano Regionale dei rifiuti, che come fondamenta prevede discariche ed inceneritori in barba alle disposizioni europee in cui questi tipi di impianti dovrebbero essere l’ultimo rimedio al quale fare ricorso. In Campania invece avviene il contrario e lo smaltimento in discarica resta ancora il metodo più semplice ed efficace, accompagnato dalle solite politiche inceneritoriste figlie del business di pochi, che alla fine hanno abbandonato l’affare costringendo la Regione Campania ad acquistare il Termovalorizzatore di Acerra alla cifra di 380 milioni di euro.

La speranza è che il 2013 possa essere davvero l’anno tanto atteso per il cambiamento di rotta, nel quale si abbandonino le solite politiche in tema di immondizia e ci sia un ravvedimento da parte di tutti, cittadini ed istituzioni e finalmente possano essere accolte a livello regionale le rivendicazioni, accompagnate da tante proposte concrete, formulate negli anni dai comitati civici nati a difesa di territori letteralmente martoriati da una politica di gestione dei rifiuti fuori da ogni logica civile e troppo spesso imposta a suon di cariche delle forze dell’ordine su persone inermi, il cui solo reato è stato quello di difendere l’integrità delle proprie terre ed il futuro dei propri figli.