Moriva il 30 ottobre dello scorso anno Irene, la piccola di Scampia che avrebbe compiuto di lì a breve tre anni. Dopo aver ricevuto un cuoricino nuovo a seguito di un trapianto la bimba tuttavia entrava in una grave crisi respiratoria che la sottraeva per sempre alla vita.

Quella di Irene tuttavia non è una semplice tragedia perché al dramma si aggiunge un retroscena giudiziario.

Irene era nata in un basso del Lotto G da una coppia di genitori diciottenni, Arianna e Moreno.
Dopo una disperata corsa all’ospedale Monaldi a seguito di una febbre di 38 gradi e mezzo che tormentava la bambina, mamma Arianna raccontava che all’ospedale prescrissero di dare alla piccola Irene una semplice tachipirina. Il medico che la visitò aggiunse che era possibile darle quattro compresse al giorno ma che non era necessario un ricovero.

Quella di Irene non era una semplice febbre. Era una crisi di rigetto a distanza di mesi dal trapianto di cuore. E la morte della bambina è da attribuirsi a questo, l’hanno stabilito i periti, tra cui cardiochirurghi, cardiologi e medici legali. Il gruppo di esperti nominato dalla Procura di Napoli ha stabilito che se i medici del Monaldi avessero accertato cosa stava accadendo con precisione, le sere immediatamente precedenti al decesso della bambina, Irene sarebbe ancora viva.

I medici del Monaldi sono accusati di concorso in omicidio colposo per la morte della bimba, proprio perché la sera della corsa in ospedale liquidarono la faccenda, rispedendo la piccola a casa. Secondo la perizia ordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio e dal PM Valentina Rametta i protocolli medici non sono stati rispettati affatto. Se i medici avessero svolto con diligenza il proprio lavoro avrebbero potuto sottoporla a terapia farmacologica.

Irene sarebbe ancora viva, magari con un cuoricino nuovo.
Presto il PM dovrà decidere se chiedere il rinvio del giudizio dei medici indagati.