L’agonia di Omar, il bimbo di soli tredici mesi residente con la sua famiglia in un container del campo Rom di Giugliano, inizia nella serata di sabato quando accusa forti dolori allo stomaco. La domenica, a causa dell’ intensificarsi delle fitte, Seido e Draghiza, i suoi genitori, decidono di  portarlo all’ ospedale di Aversa dove  viene visitato. Il piccolo, nonostante i continui lamenti, viene dimesso contro il parere dei gentori che chiedono al personale medico di verificare nuovamente la situazione clinica del bambino.

Lunedì i dolori si fanno insopportabili e Seido e Draghiza decidono di portare il piccolo all’ospedale di Pozzuoli dove anche questa volta vengono tranquillizzati e invitati a tornare a casa, il bambino, infatti, a detta del personale medico sarebbe affetto da una banale “influenza”. I genitori a questo punto chiedono una visita piu’ approfondita, ma, non vengono presi in considerazione. Il giorno dopo, martedì 22, la situazione clinica di Omar si aggrava: i dolori non accennano a diminuire e i genitori tentano l’ ultima disperata corsa verso il pronto soccorso del San Giuliano di Giugliano. Inutili i tentativi di rianimare il piccolo che arriva già morto all’ ospedale e i medici non possono fare altro che accertarne il decesso.

Gli agenti della polizia Scientifica hanno acquisito le cartelle cliniche delle tre le strutture sanitarie e hanno compiuto una perquisizione nel container del campo Rom nella zona Asi di Giugliano dove il bambino abitava con i genitori. Sequestrati anche i farmaci prescritti dai sanitari e somministrati al paziente nelle sue ultime ore di vita.

I genitori hanno sporto denuncia e dichiarano che il  figlio sarebbe stato discriminato per la sua etnia. La madre, Draghiza , ha così dichiarato: “Stava male e nessuno ha voluto curarlo. L’hanno trascurato perché siamo Rom“.Intanto parte il fax dall’ ospedale per la Procura e il magistrato di turno dispone il sequestro della piccola salma per l’ esame autoptico.  Il padre Seido accusa le strutture sanitarie: “Siamo stati trattati così perché non siamo italiani. Quando siamo arrivati in ospedale ci hanno trattato con sufficienza. Non hanno valutato bene la situazione ed è colpa loro se il nostro bambino ora non è più con noi. Adesso pretendiamo giustizia e chi ha sbagliato vogliamo che paghi”.